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Intervista a Francesco Verio

Isabella Valente: Da quando elabori le tue ricerche?

Francesco Verio: Da quando ero allievo presso l'Istituto D'Arte, più o meno dal '75, e poi studente all'Accademia di Belle Arti di Napoli, dove mi sono diplomato nel 1982. Allora è iniziata la mia esperienza d'artista.

I.V.: Chi sono stati i tuoi maestri nei due istituti napoletani?

F.V.: All'Istituto d'Arte ho avuto come maestro Alfonso de Siena che a sua volta era stato allievo di mio padre Alberto Chiancone. Anche se mio padre ha insegnato in quella scuola io non sono stato tra i suoi studenti; lui però è stato il mio maestro di ogni giorno. L'altro maestro che ho avuto all'Istituto era Enrico Caiati; con entrambi sono stato legato da un saldo e forte rapporto; ci ha uniti infatti, oltre alle relazioni scolastiche, una frequentazione personale nei nostri rispettivi studi con un continuo scambio di idee. All'Accademia, invece, ho seguito la scuola di Armando De Stefano.

I.V.: Quali erano le tendenze artistiche di quegli anni a Napoli?

F.V.: In quegli anni come giovane studente che si accingeva a lavorare come pittore trovavo una situazione opposta e parallela: da un lato i vecchi maestri che continuavano su una linea per così dire tradizionale (erano vivi Girosi, Verdecchia, Striccoli etc.); dall'altro gli artisti che si erano allontanati dal linguaggio tradizionale e che erano proiettati verso le installazioni e le performances secondo le tendenze ufficializzate alla Biennale di Venezia. A fianco a costoro altri ancora facevano esperienze pop.

I.V.: Mi sembra di capire che non condividi le performances o le installazioni.

F.V.: Infatti, io resto legato al linguaggio della pittura. La modernità non è data dal tipo di linguaggio che usi: la modernità si può raggiungere ancora con la sola pittura.Tengo a precisare che non sono contro le installazioni o le performances tout court. Io credo che questi siano tipi di linguaggio con i quali artisti diversi comunicano concetti e sentimenti. Io sono contro l'idea che le installazioni o altro debbano o possano prevaricare la pittura, sono contro l'idea che chi fa pittura è antiquato e superato. La modernità, a mio avviso, consiste nel constatare il rinnovamento nell'opera finale pur utilizzando un linguaggio tradizionale.Per me la pittura si fa e si farà sempre. E' insita nell'uomo. Se dai a un bambino uma matita, un colore, lui istintivamente inizia a scarabocchiare, a dimostrazione di come il suo linguaggio espressivo faccia parte di lui.Io personalmente non amo l'Installation Art anche perchè ammetto di non capirla. La vedo come una soluzione sterile e anche sommaria di ricerca artistica, mi sembra inoltre un indugiare su una ripetizione nel collocare uno più oggetti in mezzo a una sala cosa che aveva già fatto Duchamp).

I.V.: Il rapporto imprenscindibile con la pittura deriva da tuo padre?

F.V.: Anche, ma mio padre per esempio apprezzava Burri con il suo linguaggio polimaterico. Personalmente condivido la simpatia per Burri perchè comunque lui non abbandona mai il senso della pittura o del " pittorico ", o se vogliamo così dire, nemmeno con l'impiego dei sacchi.

I.V.: E allora come collochi il Grande cretto nero di Burri che non è sacco ma muro?

F.V.: Quello mi lascia perplesso; è lontano dal mio linguaggio.

I.V.: La tua non è un'arte fondante sull'immediatezza espressiva, ma è un'arte meditata: Si può definire razionale?

F.V.: No, non è arte razionale: certe cose sono immediate e istintive, soprattutto certe idee iniziali; poi sopraggiunge il processo di elaborazione di esse nel dipinto. E' un'arte sicuramente meditata, se pensiamo che insisto spesso sulle stesse tematiche; ma è anche per certi versi un'arte istintiva poi rielaborata: le cose le ripenso, le rivedo. Dipende anche dal pezzo che di volta in volta mi suggerisce stimoli nuovi.

I.V.: Il tuo approccio all'arte si deve ovviamente a tuo padre. Come ti poni in relazione con lui oggi e come ti sei rapportato a lui dall'inizio della tua attività a oggi?

F.V.: Mio padre non mi ha assolutamente indirizzato nè spinto alla pittura. E' ovvio che io " masticando ogni giorno pane e pittura " e scoprendo in me questa propensione, mi sia rivolto interamente alla ricerca artistica. Lui sicuramente mi ha dato tantissimo: il senso della pittura, il legame ad essa, l'equilibrio formale, il senso della materia e del colore.Inizialmente ho subito certamente, ma inconsapevolmente, la sua influenza perchè ho sempre considerato, come considero tuttora mio padre, al di fuori del rapporto padre-figlio, uno dei protagonisti del Novecento insieme con Brancaccio, Striccoli, Viti, etc. Per me Chiancone, come gli altri, è stato ed è un punto di riferimento.

I.V.: Oltre ad essere un punto di riferimento, potrebbe secondo te rappresentare anche un limite? Mi spiego meglio: dato come tuo riferimento costante, consapevole oggi forse inconsapevole all'inizio, questo rapportarsi a Chiancone potrebbe rappresentare quel punto oltre il quale non vai, per cui non fai mai quel salto in là?

F.V.: Cerco di far evolvere sempre il mio discorso, anche nella scelta delle tematiche. Non mi sento un epigono di Chiancone e del Novecento napoletano; però quella pittura concettualmente mi appartiene ed è una cosa che mi serve come punto di riferimento: è il mio bagaglio culturale, il sostrato basilare della mia formazione artistica.Sintetizzando, la matrice è quella, ma io cerco sempre nuove soluzioni. Inoltre vivo positivamente questa scelta che, secondo la mia opinione, non deve essere motivo di critica perchè per me appunto il rapporto con mio padre è un saldo punto di riferimento; sarebbe un limite, se divenisse mera ripetitività.

I.V.: Oltre a tuo padre ti senti legato a qualche altro artista?

F.V.: Sicuramente, a tutti gli artisti migliori di quella generazione, come Striccoli, Brancaccio, Mario Vittorio, Fabbricatore, Girosi, Verdecchia, Notte, Ciardo etc. che hanno condiviso con mio padre l'ideologia e il significato stesso dell'arte e della pittura come senso della vita.

I.V.: Con Mario Vittorio mi sembra che tu sia sensibilmente legato, in relazione soprattutto alla natura morta dove prendi in prestito da Vittorio alcuni oggetti come la lanterna da minatore.

F.V.: Esatto, e mi trovo anche con Raffaele Lippi con il quale proprio tu hai notato un continuo riandare. Tra i non napoletani invece amo molto Sironi, Casorati, il De Chirico metafisico, Bacon, Matisse, Bonnard, Picasso rimanendo nel Novecento.

I.V.: E nelle epoche passate?

F.V.: Masaccio e Tiziano decisamente o tutti quei pittori che hanno nel loro modo di lavorare una certa tensione espressionistica, come Bosch, Grunewald, Goya, Delacroix, pittori che mostrano un'irruenza maggiore, una certa trasgressività nelle forme, il segno forte ed espressivo, drammatico. Anche le tematiche che prediligo e che tratto sono contrassegnate da una certa drammaticità, per esempio gli argomenti di denuncia sociale, come nel dipinto Dove andare? che raffigura un portatore di handicap ormai spinto dalla società che gli è intorno alla rassegnazione per la sua condizione.Comunque, laddove mi imbatto in una buona pittura di qualsiasi epoca anche astratta mi lascio coinvolgere.

I.V.: Ma la componente drammatica nella tua opera mi sembra che vada al di là delle tematiche sociali. E' insita proprio nel segno, nel solco del pennello. Lo confermi?

F.V.: Nella pennelata certo: embematica di questo tipo di pennellata dura e incisiva, a volte violenta, è la tela Donna che si sveste, mentre il dipinto di cui abbiamo parlato prima, Dove andare?, tema a parte, è molto pacato nei colori e nell'impasto cromatico.

I.V.: Sicuramente la componente drammatica è un carattere della tua pittura; ma pensando alla produzione di tuo padre che è stato il tuo maestro, la sua fase iniziale condivisa con Viti, Striccoli, Brancaccio e gli artisti che prima hai menzionato non è espressionista nè drammatica anzi piuttosto pacata, misurata, ed inserita infatti in quel ritorno all'ordine del gruppo del Novecento. La sua attività è divenuta espressionista e drammatica più tardi, con il secondo dopoguerra e soprattutto negli anni Sessanta-Ottanta. Sei d'accordo? E come ti poni di fronte a questo?

F.V.: L'espressionismo di mio padre è più di sapore mediterraneo ed è quello che ho vissuto di più da vicino proprio perchè peculiare della produzione più tarda e a me più vicina nel tempo e che ho assorbito più facilmente.

I.V.: Se voglio trovare nella storia dell'arte visiva un segmento con il quale paragonarti andrei a cercarlo nell'espressionismo francese dei Fauves, in Matisse, piuttosto che nell'espressionismo tedesco del Ponte o del Cavaliere azzurro; in quest'ultimo c'è una totale corrispondenza tra la pennellata violenta e il colore forte, duro e a volte spento, con largo uso del nero e del marrone. Nei tuoi quadri di questi ultimi anni, c'è un contrasto tra il colore sempre vivace, fresco, primaverile, l'arancione, il rosso, il giallo, e la pennellata sferzante. E' vero?

F.V.: Certo, io sono in linea con i Fauves, e amo un certo espressionismo mediterraneo, condividendo in questo sicuramente con mio padre una scelta di campo.

I.V.: Il figurativo stretto è il tuo linguaggio; oggi dovendo ricominciare da zero saresti nuovamente un artista figurativo?

F.V.: Sicuramente. Oggi sarei di nuovo un pittore figurativo, rifarei la mia scelta. Non vedo perchè nella civiltà dell'immagine e della comunicazione in cui viviamo proprio io che sono un pittore - un artista si esprime attraverso linee forme e colori, attraverso un'immagine - devo far venire meno questo concetto. Il rapporto con il linguaggio figurativo è per me imprenscindibile, anche se mi sto aprendo a tematiche non sempre mutuate dal reale; infatti sto sperimentando delle immagini accostabili alla pittura metafisica e delle composizioni a strutture.

I.V.: Quale è il tuo metodo di operare?

F.V.: Preferisco prevalentemente l'olio, ma mi incuriosisce molto la pratica incisoria. L'olio è una tecnica duttile perchè ti permette una elaborazione lunga dell'opera. Prima butto giù degli schizzi, poi li elaboro, li correggo, finchè non raggiungo l'equilibrio formale e i ritmi giusti. Poi comincio ad abbozzare sulla tela con una tinta monocroma; poi mano mano giungo alla stratificazione materica.

I.V.: Puoi individuare svolte o assestamenti nel corso della tua produzione, momenti di riposo o di spicco dal '75 a oggi?

F.V.: Il mio è un percorso, credo, omogeneo, lento e ininterrotto, fatto di piccoli passi quotidiani con una evoluzione e una maturazione lenta, incessante, senza cesure. Ho avuto un momento di stasi dopo la morte di mio padre nel 1988. Sia da prima sia con la ripresa dopo la sua morte ho insistito sempre in una sola e unica linea di ricerca, quella che più mi convinceva, calcando sempre la stessa strada.

I.V.: In questi venticinque anni di attività penso che il tuo momento più alto sia quello degli anni Novanta, dalla ripresa dopo la scomparsa di tuo padre almeno fino al '93. Tu che ne pensi?

F.V.: Mi accorgo, guardando dall'esterno il catalogo delle mie opere, che in quel periodo ci sia stata una svolta del mio discorso, ma penso anche che piano piano stia proseguendo in quella linea anche oggi.

I.V.: Che cosa vuoi raggiungere con le tue opere?

F.V.: Il mio scopo è fare buona pittura; voglio comunicare, far pensare la gente. Il difficile forse è equilibrare le cose, far sì che il quadro non diventi mera illustrazione. Alla fine però il soggetto è sempre un pretesto; un soggetto anche banale può diventare un bel pezzo di pittura, se è basato sulla forza pittorica. Per ciò che concerne le tematiche affrontate mi lascio coinvolgere principalmente dalla mia vita personale e dalla vita di tuti e di tutti i giorni. Fatti sociali che ci coinvolgono come il terremoto, la guerra, la violenza della microcriminalità, ma anche il sacro e il divino, il fantastico, il mondo metafisico e sognatore della maschera di Pulcinella, stimolano in me sempre idee nuove da sperimentare. Traggo suggestioni anche dai temi più normali, quotidiani a anche più frequentati dagli artisti, come gli affetti familiari, gli episodi senza significato della vita di tutti e di nessuno, l'uomo in motocicletta, la madre con bambino, la ritrattistica.

I.V.: Per quanto riguarda la ritrattistica, mi sembra che nei tuoi ritratti non si ritrovano, e credo non si debbano trovare, le sembianze della persona raffigurata.

F.V.: Questo è parzialmente vero; anche la persona suggerisce uno spunto a un ritratto che poi è il ritratto dell'uomo in generale: Per questi ultimi mi piace pensare di collegarmi con il Picasso delle Damoiselles d'Avignon e alla sua idea dell'arte negra ( penso al Nudo femminile di schiena del '93 ). Però poi mi sono dedicato e mi dedico a una serie di ritratti dove cerco di cogliere nel modello il carattere, i lineamenti essenziali delle espressioni fisiognomiche.

I.V.: Abbiamo parlato all'inizio di questa intervista dell'arte della fine degli anni Settanta e del decennio successivo e del tuo rapporto con quel tipo di situazioni diverse. Qual è ora la tua risposta alle tendenze attuali?

F.V.: In questi ultimi anni il movimento della Transavanguardia ha decretato il ritorno alla pittura. A questo orientamento si possono ascrivere Chia o Paladino che personalmente trovo interessanti. A giudicare le installazioni realizzate in Piazza Plebiscito qualche anno fa, quella che per me era artisticamente valida è stata sicuramente la Montagna di sale di Paladino, piuttosto che i mobili di Kounellis appesi sotto il portico della chiesa di San Francesco di Paola che sinceramente non solo non capisco, ma che peraltro non capisco oggi, essendo cose già viste ( penso a Duchamp e alle molte Biennali di Venezia degli anni Settanta - Ottanta ).C'è stato negli ultimi anni un ritorno al figurativo quasi un ritorno all'ordine e si è ritornati a dipingere. Ci sono altri artisti che mi incuriosiscono e mi piacciono molto; per esempio nel filone del neomanierismo Carlo Maria Mariani, anche se a differenza di questi negli altri che partecipano a questa corrente mi sembra che la grande bravura tecnica sia a discapito di quello scatto emotivo di cui abbisogna l'oggetto artistico.Tra i miei coetanei mi interessano Salvatore Vitagliano, Angelo Casciello, allievo di Spinosa all'Accademia, con la sua pittura totemica, Frangi, e tra i più giovani Alessandro Papari.

I.V.: Gli artisti dall'inizio del Novecento a oggi sono sempre stati seguiti da critici e galleristi e questo, se sei d'accordo, oggi a Napoli non accade se non per pochi casi. Davanti a questa assenza tu cosa proponi?

F.V.: Alcuni miei coetanei hanno avuto la fortuna di essere coinvolti nelle poche gallerie egemoni a Napoli, Lucio Amelio, Lia Rumma, Artiaco, Trisorio. Io non le ho mai frequentate perchè non sono in linea con le loro tendenze. Anche se Lia Rumma, per fare un esempio, espone anche pittura oltre ai linguaggi più diversi, la mia linea pittorica è protesa verso il reale, verso tematiche storicizzabili e che fanno parte del tessuto sociale; allo stesso modo il mio linguaggio ha in sè quella memoria di Novecento, di cui abbiamo detto, che per i galleristi come Lia Rumma o Lucio Amelio suonerebbe sicuramente come attardato.L'artista che vuole lavorare a Napoli trova mille difficoltà. Non solo sono pochissime le gallerie, ma tra queste poche ci sono quelle che prendono la percentuale sulla vendita e basta, altre da considerare come affittacamere, altre lontane dalla tua ottica. Mancano poi le strutture statali che esistevano fino a mezzo secolo fa e che organizzavano le mostre, come le sindacali, mentre le quadriennali e le biennali che esistono ancora, erano regolate da normative diverse; tutte facevano vera e propria promozione delle arti, permettendo a un giovane di emergere e di confrontarsi continuamente con gli altri. La critica poi si esprimeva, prendeva posizioni. Le sole gallerie che hanno rapporti con la critica nazionale e internazionale sono quelle lontane dal mio linguaggio.

I.V.: Che cosa proporresti per risolvere questa situazione a Napoli?

F.V.: Qualche anno fa ho scritto una serie di lettere al " Mattino " e a "Il Giornale dell'Arte " quando ricominciarono le edizioni della Quadriennale, chiedendo spazio ai giovani anche con la creazione di giurì artistici o commissioni giudicatrici come avveniva in passato. E' probabile che oggi una tale struttura statale a maglia larga sia troppo complessa, perchè è cambiato radicalmente non soltanto il panorama artistico, ma anche e soprattutto il concetto di opera d'arte. Per esempio l'opera d'arte ha perso una delle sue caratteristiche principali, il criterio di " collezionabilità " volendo creare un neologismo. Chi sarebbe disposto a Napoli a collezionare installazioni virtuali quando per una cifra inferiore può trovare un bel quadro col Vesuvio da appendere alla parete?C'è poi da dire, per risponderti alla domanda, che per facilitare il lavoro degli artisti a Napoli e per creare una rete di relazioni bisognerebbe incrementare il numero delle gallerie anche con sovvenzioni statali; la stampa non solo specializzata ma anche quella quotidiana dovrebbe riscoprire l'interesse per l'arte rendendo stabili i critici e aumentandone il numero così come avviene per il cinema e il teatro, facendo divenire la critica d'arte qualcosa di quotidiano e di naturale.

I.V.: Cosa significa e cosa dovrebbe rappresentare secondo te l'artista oggi?

F.V.: L'artista è un grande comunicatore, dà delle emozioni, insegna, riflette l'epoca storica in cui vive e produce.Ti posso anche aggiungere che cosa è per me l'arte: è tirare fuori delle sensazioni o delle idee, trasmettere e comunicare agli altri la propria condizione esistenziale, oggettivandola e riscontrandone una comune universalità. Arte è produrre poi, su questa falsariga, oggetti di cui puoi anche godere esteticamente.

ISABELLA VALENTE

 
 

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