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Libertà nel fluttuare del sogno

Si è appena conclusa la “personale” di Francesco Verio, che si è svolta alla galleria “Spazio Arte” di via Costantinopoli a Napoli e, a battenti chiusi, può essere utile tracciare un bilancio dell’iniziativa e cercare di valutare se non sia possibile trovare nell’artista le ragioni salienti di un percorso storico al cui interno egli si colloca in modo esemplare ad attestare proprio la continuità delle ragioni di fondo che sono il patrimonio prezioso dell’identità del Novecento a Napoli.

Uno dei problemi storiografici più importanti nel contesto di rivisitazione critica della produzione napoletana del secolo appena trascorso è quello di individuare una linea coerente di sviluppo che dia ragione d’una identità di scuola.
Ci convince che l’espressione “identità di scuola” non debba coincidere con il concetto di identità stilistica, ma debba connotare, piuttosto, la coerenza d’un processo storico.

Detto questo e, senza abusare del riferimento all’opera paterna, ad Alberto Chiancone, cioè, osserveremo che la pittura di Verio si presenta con grande facilità di lettura e con profondità di contenuto, come attestazione di una volontà di intervento creativo che, movendo da radici di solido spessore, produca una incrementazione ulteriore di quelle potenzialità di “scuola” che meritavano d’essere coltivate e sviluppate.

L’ancoraggio, ma non la dipendenza, a Chiancone non è debito esemplaristico; è, piuttosto una referenza latamente ambientale, una testimonianza, se si vuole, di fedeltà ad una linea figurativa che è napoletana (prima d’essere chianconiana), e che, già dagli anni dei decenni tra le due guerre mondiali, aveva saputo dimostrare che esisteva, nella realtà ambientale partenopea, una solida possibilità di praticare una convincente ricerca sul campo della figurazione senza cedere alle lusinghe avanguardistiche e senza lasciarsi irretire dal tradizionalismo.

Considerate le cose in tale prospettiva, emergerà evidente nell’opera di Francesco Verio un sentimento forte di appartenenza culturale che si arricchisce di sensibilità brancacciane e , a monte di queste, anche dei pensieri che ispirano dapprima il Cammarano più intenso ed innovativo e, poi, a discendere nella successione del tempo, l’impegno di figure come il Balestrieri più “curioso” del nuovo o lo stesso Barillà, senza tacere, evidentemente, della mitica figura di notte. Non vorremmo però, che queste nostre parole inducessero l’illazione indebita d’una collocazione di deriva dell’opera di Francesco Verio.

Essa, infatti, sul tronco di questa linea napoletana ha innervato altre sollecitazioni ed altri stimoli culturali. Bene sintetizza Paolo Mamone Capria il valore dell’intervento innovativo di Francesco Verio quando dice:”La sua figurazione, che è riferibile a un realismo espressionista con degli accenti onirici, si è andata liberando di aspetti generici e troppo aneddotici, il colore vi si articola e dispone sempre più con sapienza”.

Tali considerazioni, che si datano al 1996, sono tuttora utili per capire anche questa ultima mostra di Francesco Verio all’interno della quale la capacità di sintesi dell’artista rivela, con nostra evidente soddisfazione, di essersi vieppiù impreziosita, guadagnando alle immagini uno stato di sospensione atemporale che le rende ineffabili icone del tempo, piuttosto che rappresentazioni della contingenza del momento.

La capacità di astrarsi non “dal” reale, ma “nel” reale può essere giudicata, forse, il più convincente risultato ottenuto da Francesco Verio e la cifra, al tempo stesso, della sua piena maturità espressiva, quella, insomma, che si distacca da ogni referenza modulare e si muove con la libertà nella determinazione dei telai compositivi, degli assetti delle figure e delle campiture cromatiche.
A proposito di tali campiture, indicheremo, come prova convincente, qualche sfondo di seducente cinabro.

ROSARIO PINTO
Da: IL DENARO, sabato 19 aprile 2003

 
 

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